di GIUSEPPINA IRENE GROCCIA - Il termine "arte degenerata" (in tedesco Entartete Kunst) fu usato dal regime nazista per descrivere ogni forma di arte che si discostasse dai canoni estetici imposti dalla propaganda hitleriana. Opere di avanguardie come il cubismo, l'espressionismo, il surrealismo e il dadaismo venivano considerate "malate" e "corrotte", non perché rompevano con la tradizione classicista, ma perché, secondo la retorica nazista, minacciavano i valori della "purezza" culturale e razziale. Gli artisti che creavano queste opere erano spesso ebrei, comunisti, o semplicemente contrari alla visione del mondo nazista, e furono perseguitati per le loro idee e il loro lavoro.
Il 19 luglio 1937, i nazisti organizzarono a Monaco la famigerata mostra "Entartete Kunst", in cui esposero 650 opere di 120 artisti "degenerati" per ridicolizzarle e screditarle agli occhi del popolo. Artisti come Max Beckmann, Otto Dix, Wassily Kandinsky, Paul Klee, Käthe Kollwitz, Ernst Ludwig Kirchner, Emil Nolde edEdvard Munch furono tutti etichettati come "degenerati" dal regime nazista. Senza tralasciare l’artista che più di tutti incarna questa definizione nella retorica nazista: lo spagnolo Pablo Picasso.
Questo tentativo di eliminare l'arte considerata "diversa" fu un'operazione sistematica per sopprimere ogni forma di libertà creativa, intellettuale e culturale, in linea con lo stesso genocidio che colpì milioni di ebrei, dissidenti, rom, omosessuali e altre minoranze.
In un ribaltamento ironico e involontario, la mostra divenne uno straordinario successo. Nei primi mesi, oltre due milioni di persone visitarono l’esposizione, molte delle quali mosse più da curiosità che da adesione alla propaganda. Paradossalmente, per molti spettatori, fu l’occasione per scoprire opere che non avrebbero mai visto altrimenti.
Un aneddoto interessante riguarda il pittore Emil Nolde, un artista nazionalista che inizialmente appoggiava il regime. Molte delle sue opere furono incluse nella mostra come esempio di "arte degenerata", perché il suo stile espressionista era considerato troppo distante dai rigidi canoni estetici del nazismo. Nonostante le sue convinzioni politiche, Nolde fu bandito dalla scena artistica e gli fu persino proibito di dipingere privatamente.
Questo episodio dimostra come il regime nazista non perseguitasse solo persone ebraiche o dissidenti, ma chiunque sfuggisse alla sua ossessione di controllo totale sull’arte e sulla cultura. E ci ricorda, ancora oggi, il potere indomabile dell’arte: anche quando vilipesa e perseguitata, essa trova il modo di sopravvivere, di parlare, di resistere.
Adolf Hitler, il feroce persecutore degli artisti durante il nazismo, fu paradossalmente un artista mancato. Il suo sogno di entrare nell'Accademia di Belle Arti di Vienna venne infranto nel 1907, quando la commissione lo giudicò "sprovvisto di talento e cultura generale", respingendo i suoi lavori per la loro scarsa qualità tecnica. Questo rifiuto, che segnò profondamente la sua vita, alimentò un risentimento verso Vienna, città che associò all’ebraismo e che finì per odiare.
Negli anni seguenti, Hitler condusse una vita errante, mantenendosi con attività marginali legate all’arte: ricopiava cartoline, dipingeva scenari campestri per divani e realizzava piccoli acquerelli di vedute urbane, spogliati di qualsiasi traccia di vita umana. Questi lavori, privi di espressione e profondità, riflettevano forse la visione fredda e rigida di un uomo incapace di cogliere la complessità dell’arte autentica. Alcuni di questi dipinti, custoditi in un deposito militare statunitense, offrono un inquietante sguardo sull'aspirazione fallita di un uomo che, incapace di creare bellezza, si dedicò alla distruzione.
La Shoah non fu solo l'annientamento fisico di milioni di persone, ma anche il tentativo di cancellare culture, identità e libertà di espressione.
Certamente, nessuna perdita può essere paragonata a quella di milioni di vite innocenti spente nei campi di sterminio. La Shoah ci ha insegnato che non c’è tragedia più grande del genocidio, dell’annientamento di intere comunità, delle voci e dei cuori cancellati dalla follia umana. Tuttavia, accanto al ricordo delle vite spezzate, è importante riflettere anche su come il nazismo abbia cercato di sopprimere i pensieri, la creatività, l’anima stessa di un’epoca. L’arte “degenerata” ne è un simbolo: opere straordinarie di Kandinskij, Chagall, Paul Klee, Otto Dix, ridicolizzate, sequestrate, distrutte, come se soffocare il bello potesse spegnere anche la libertà.
Eppure, quelle opere, così come i ricordi delle vite spezzate, sono sopravvissute. Parlano ancora oggi a noi, raccontano di una resistenza silenziosa ma indomabile. Ci insegnano che, nonostante la brutalità, la bellezza e la verità non possono essere annientate.
Il 27 gennaio, Giornata della Memoria, è l’occasione per ricordare le vite perse, che sono e saranno sempre la ferita più grande. Ma è anche un momento per riflettere su come il nazismo abbia tentato di distruggere tutto ciò che rende umana una società: il rispetto per l’altro, la libertà di espressione, la capacità di vedere il mondo con occhi diversi.
Ricordare l’aspetto culturale di questa distruzione non significa sminuire il dolore umano, ma completare il quadro di una tragedia che colpì non solo le persone, ma anche il loro pensiero, il loro immaginario, la loro anima.
Riflettere su questo significa riconoscere che ogni forma di diversità – che sia un’opera d’arte, un’idea o una vita – è un dono prezioso da custodire e difendere.
Il 27 gennaio è un atto d’amore: per chi non c’è più, per ciò che è stato distrutto, e per tutto ciò che possiamo proteggere e ricordare, affinché non accada mai più.
di Rubrica autogestita da Giuseppina Irene Groccia | 27/01/2025
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