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Rossano (Cosenza) - Giornata della Memoria o memoria di una giornata?


di LETIZIA GUAGLIARDI - “Ciò che è accaduto può ritornare”, scrisse Primo Levi. E aveva ragione. Anno dopo anno tutto è aumentato: l’odio, il razzismo, la violenza, l’antisemitismo e la discriminazione. Nella giornata del 27 gennaio ricordiamo i morti, d’accordo, ma ascoltiamo anche i sopravvissuti (ormai ne sono rimasti ben pochi) e parliamo degli indifferenti (quelli che nel 1938 non si opposero alle leggi razziali e quelli che, in seguito, asserirono di non essersi accorti di cosa succedeva nei campi di concentramento e di sterminio o di non aver sentito le voci e le grida che provenivano dai treni blindati). Ed esaminiamo anche i carnefici, perché no? Gli amorevoli padri di famiglia che si sono poi trasformati in mostri capaci di compiere le azioni più aberranti. Senza nessun senso di colpa e arrivando, addirittura, a percepire le loro azioni atroci e disumane come giuste.

E giova anche parlare dei delatori, cioé gli spioni, italiani che denunciarono altri italiani (perfino i propri familiari) in cambio di soldi: 5 mila lire per un uomo, 3 mila per una donna, 1.500 per un bambino. Chi erano? Vicini di casa, portieri, ex fidanzati. Sono la prova che ognuno di noi potrebbe trasformarsi in un’altra “versione” di noi stessi.

E serve moltissimo ricordare con emozione, inoltre, i “Giusti fra le nazioni“, i non ebrei che rischiarono la propria vita per salvare gli ebrei dalla Shoa: Giorgio Perlasca, Oskar Schindler e Nicholas Winton tra i più famosi ma ci furono anche bambini e ragazzi che, anche se forse non hanno salvato vite umane, certo hanno dato un bel contributo per despistare i nazisti e recapitare informazioni preziose. A proposito, ieri ho accompagnato al cinema i miei studenti del “Majorana” di Rossano per la visione del film “One life”. È la storia vera di Nicholas Winton, agente di Borsa londinese di 29 anni che nel 1938, avvertendo la minaccia dell’invasione della Germania di Hitler, organizzò un piano di salvataggio (noto come “Operazione Kindertransport”) per centinaia di bambini, molti di religione ebraica, prima dell’inizio del conflitto. Alla fine ne salvò 669 dai campi di concentramento e fu denominato lo “Schindler britannico”.

Parliamo della morte ma celebriamo anche la vita, mettiamo in risalto la nostra umanità (che in molti si sta perdendo) e inculchiamo il senso di empatia.

Ho l’impressione che il Giorno della Memoria, anno dopo anno, stia diventando un noioso contenitore di cerimonie ufficiali, di rituali ripetitivi e di rievocazioni scontate sulla Shoa (termine ebraico che significa «tempesta devastante» dalla Bibbia – per es. Isaia 47-11 – con il quale di solito si indica lo sterminio del popolo ebraico durante il secondo conflitto mondiale). Stiamo rischiando, secondo me, di sfociare nella banalizzazione e nella retorica. Ecco perché tanti rifiutano o contestano questa giornata.

Quello che è successo in passato si sta ripetendo ancora oggi, anche in altre forme, anche verso altre persone, viste come “diverse”. Quindi, non solo il 27 gennaio ma tutti gli altri 364 giorni dell’anno, ricordiamoci che “gli altri siamo noi”, come cantava Umberto Tozzi nel 1991.

Ora una domanda insidiosa: come ci comporteremmo noi in una situazione estrema? Sceglieremmo di essere delatori? Indifferenti? Giusti? Non possiamo dirlo… finché non ci troviamo coinvolti. Questa è la realtà. Ecco perché dobbiamo continuare a ricordare, a parlare (magari con modi nuovi), a riflettere e ad attualizzare. Dobbiamo studiare la Storia. Dobbiamo combattere la stupidità che nega ciò che è avvenuto, l’ignoranza che non sa ciò che è avvenuto, l’indifferenza che non mostra interesse verso ciò che è avvenuto e la quieta rassegnazione che si adegua a ciò che sta succedendo oggi. Gli adulti e le giovani generazioni. Insieme.

Insieme per discutere su questi quesiti ai quali non è necessario rispondere: bastano a farci riflettere e a metterci in imbarazzo:

come si può arrivare a discriminare, a privare dei propri diritti, a disumanizzare e perfino a uccidere persone a causa di una presunta diversità?

I meccanismi scattati nella mente degli “amorevoli padri di famiglia” di allora potrebbero presentarsi anche nella nostra mente oggi?

Saremmo capaci, messi alle strette, di denunciare qualcuno che conosciamo e condannarlo a un destino ingiusto e disumano?

Saremmo in grado di ignorare un provvedimento immotivato contro un gruppo di persone? Di voltare le spalle o di volgere lo sguardo altrove in presenza di atti di violenza (anche solo verbale) o discriminatori verso qualcuno?

Ci siamo mai trovati in una situazione che ci ha fatto uscire dalla nostra comfort zone, che ci ha fatto ignorare il comodo pensiero – .

È necessario rifletterci su e, anche, lasciare spazio ai dubbi. Bisogna promuovere iniziative concrete ispirate alla pace, alla convivenza civile, al rispetto di sé e degli altri, alla consapevolezza che le nostre diversità sono un valore, sono crescita e sono ricchezza da ogni punto di vista. Continuiamo a seminare il bene, la pace, la gentilezza e il rispetto.

Solo così possiamo sperare che quel “mai più” si concretizzi davvero.

Il 27 gennaio è già passato. Un’ultima domanda ( e anche un dubbio): è stata la Giornata della Memoria o la Memoria di una Giornata?


di Rubrica autogestita da Letizia Guagliardi | 31/01/2024

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